Sapete quante volte chiedo scusa a mio marito? Almeno un paio di volte al giorno. E sono migliorata. All'inizio chiedevo scusa continuamente, era un intercalare in ogni frase che pronunciavo. Sapete perché chiedo scusa a mio marito? Per qualsivoglia motivo, persino per l'aria che respiro. So che sbaglio, so che non devo, lui stesso mi ripete come un mantra di stare tranquilla, che non c'è bisogno di scusarsi per nulla.
Ma io lo faccio lo stesso.
Io chiedo scusa. Di continuo.
Solo perché "esisto".
È il mio inconscio che mi fa reagire così, per ogni piccolezza, anche la più insignificante.
Io sono "sopravvissuta" e porto addosso ancora i segni. No, non sono visibili, non sono sulla pelle, quei segni sono guariti molto tempo fa. Sono cicatrici profonde, radicate dentro la mia anima, tagli netti ricuciti alla ben e meglio che se ne stanno li, a volte cicatrizzati, altre sanguinanti.
Quelle sensazioni le ho ancora vive addosso... Certe sensazioni non si dimenticano, soprattutto quando ti cambiano completamente, quando ti fanno vivere nel mondo come una reietta, quando ti fanno vergognare di te stessa, quando sostituiscono alla gioia e all'ingenuità il terrore e la tristezza.
Vedo le notizie sui giornali, alla televisione, sulle locandine fuori dalle edicole: un'altra donna uccisa da chi diceva di amarla.
E piango.
Le mie cicatrici iniziano a sanguinare.
Nella mia testa rimbomba la frase "potevo essere io al suo posto, ma io sono sopravvissuta".
Troppe volte ho sentito la domanda idiota "Ma perché ti sei messa con uno così? Lo sapevi com'era!"
Ma noi sopravvissute non sapevamo che la persona che diceva di amarci era un mostro, non siamo stupide, non siamo lobotomizzate. Se avessimo saputo prima cosa sarebbe successo saremmo scappate a gambe levate, non trovate?
È questo il gioco subdolo e perverso in cui cadiamo: fidarci di qualcuno che ci tratta come regine, dandoci tutto ciò che noi desideriamo, amandoci incondizionatamente, facendoci sentire protette e apprezzate.
È un gioco. Un gioco al massacro. Un gioco in cui è davvero facile entrare ma estremamente difficile e doloroso uscire.
Perché quando il mostro ti chiede di non uscire più con i tuoi amici in quanto è geloso, tu non lo vedi ancora come un mostro, ma come un uomo che ti ama molto.
Perché quando ti chiede di non vestirti più con gonne e camicette altrimenti gli altri ti guardano, tu non lo vedi ancora come un mostro, ma come un uomo che vuole proteggerti.
Perché quando ti chiede di chiamarlo ogni 10 minuti per fargli sapere dove sei e cosa stai facendo, tu non lo vedi ancora come un mostro, ma come un uomo che è preoccupato per te.
E al primo schiaffo che ricevi perché hai sorriso al commesso del negozio, al braccio ritorto perché non hai risposto al telefono, agli insulti spregevoli, alle mani al collo che ti stringono e non ti fanno respirare perché non hai fatto quello che lui voleva, qualsiasi cosa fosse... Tu... Bhe tu continui a non vederlo come un mostro...
L'unico mostro che vedi sei te stessa.
Ti convinci che sei tu il problema e non lui, che se solo fossi come lui desidera, tutte le botte, i controlli serrati, gli epiteti schifosi che ti sputa in faccia, terminerebbero. Subito.
E ti aggrappi a questa speranza, cercando con ogni mezzo di essere la donna che lui vuole.
Ma non puoi. Non potrai mai.
Il gioco al massacro è iniziato e neppure ti sei accorta come ci sei finita dentro, ma soprattutto non sai come finirlo senza che nessuno si faccia male.
È una morte lenta e dolorosa, un'agonia che si protrare fino a quando uno dei due non cede... E non cede mai il mostro.
Io sono sopravvissuta.
Io adesso sono una donna amata, amata davvero, rispettata e protetta da un uomo che è un vero principe azzurro.
Ma quando cammino per strada mi guardo sempre furtivamente attorno.
Ci sono luoghi in cui non ho mai più messo piede e non penso mai lo farò.
Quando faccio un danno domestico, ho attacchi di panico.
Ma io lo faccio lo stesso.
Io chiedo scusa. Di continuo.
Solo perché "esisto".
È il mio inconscio che mi fa reagire così, per ogni piccolezza, anche la più insignificante.
Io sono "sopravvissuta" e porto addosso ancora i segni. No, non sono visibili, non sono sulla pelle, quei segni sono guariti molto tempo fa. Sono cicatrici profonde, radicate dentro la mia anima, tagli netti ricuciti alla ben e meglio che se ne stanno li, a volte cicatrizzati, altre sanguinanti.
Quelle sensazioni le ho ancora vive addosso... Certe sensazioni non si dimenticano, soprattutto quando ti cambiano completamente, quando ti fanno vivere nel mondo come una reietta, quando ti fanno vergognare di te stessa, quando sostituiscono alla gioia e all'ingenuità il terrore e la tristezza.
Vedo le notizie sui giornali, alla televisione, sulle locandine fuori dalle edicole: un'altra donna uccisa da chi diceva di amarla.
E piango.
Le mie cicatrici iniziano a sanguinare.
Nella mia testa rimbomba la frase "potevo essere io al suo posto, ma io sono sopravvissuta".
Troppe volte ho sentito la domanda idiota "Ma perché ti sei messa con uno così? Lo sapevi com'era!"
Ma noi sopravvissute non sapevamo che la persona che diceva di amarci era un mostro, non siamo stupide, non siamo lobotomizzate. Se avessimo saputo prima cosa sarebbe successo saremmo scappate a gambe levate, non trovate?
È questo il gioco subdolo e perverso in cui cadiamo: fidarci di qualcuno che ci tratta come regine, dandoci tutto ciò che noi desideriamo, amandoci incondizionatamente, facendoci sentire protette e apprezzate.
È un gioco. Un gioco al massacro. Un gioco in cui è davvero facile entrare ma estremamente difficile e doloroso uscire.
Perché quando il mostro ti chiede di non uscire più con i tuoi amici in quanto è geloso, tu non lo vedi ancora come un mostro, ma come un uomo che ti ama molto.
Perché quando ti chiede di non vestirti più con gonne e camicette altrimenti gli altri ti guardano, tu non lo vedi ancora come un mostro, ma come un uomo che vuole proteggerti.
Perché quando ti chiede di chiamarlo ogni 10 minuti per fargli sapere dove sei e cosa stai facendo, tu non lo vedi ancora come un mostro, ma come un uomo che è preoccupato per te.
E al primo schiaffo che ricevi perché hai sorriso al commesso del negozio, al braccio ritorto perché non hai risposto al telefono, agli insulti spregevoli, alle mani al collo che ti stringono e non ti fanno respirare perché non hai fatto quello che lui voleva, qualsiasi cosa fosse... Tu... Bhe tu continui a non vederlo come un mostro...
L'unico mostro che vedi sei te stessa.
Ti convinci che sei tu il problema e non lui, che se solo fossi come lui desidera, tutte le botte, i controlli serrati, gli epiteti schifosi che ti sputa in faccia, terminerebbero. Subito.
E ti aggrappi a questa speranza, cercando con ogni mezzo di essere la donna che lui vuole.
Ma non puoi. Non potrai mai.
Il gioco al massacro è iniziato e neppure ti sei accorta come ci sei finita dentro, ma soprattutto non sai come finirlo senza che nessuno si faccia male.
È una morte lenta e dolorosa, un'agonia che si protrare fino a quando uno dei due non cede... E non cede mai il mostro.
Io sono sopravvissuta.
Io adesso sono una donna amata, amata davvero, rispettata e protetta da un uomo che è un vero principe azzurro.
Ma quando cammino per strada mi guardo sempre furtivamente attorno.
Ci sono luoghi in cui non ho mai più messo piede e non penso mai lo farò.
Quando faccio un danno domestico, ho attacchi di panico.
Per qualsiasi cosa succeda io chiedo scusa, a prescindere, è istintivo.
Io sono sopravvissuta.
Sono una donna forte, che ha trovato il coraggio di terminare il gioco al massacro.
Io sono sopravvissuta.
Sono una donna forte, che ha trovato il coraggio di terminare il gioco al massacro.
Io non sono un numero sul contatore dei femminicidi e ringrazio qualsiasi divinità esista per questo.
Mi correggo. Io non sono sopravvissuta.
Io vivo!
#noallaviolenzasulledonne
#25novembre
#femminicidio
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